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Qualità On Line n° 1-2008, febbraio

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ACCELERARE L’INNOVAZIONE NELLE PMI

Sergio Campodall’Orto, Docente di “Gestione dell’innovazione” Università di Bergamo.

Questo articolo è disponibile come file pdf stampabile (download).

 

1. Il contesto competitivo odierno

Circa mezzo secolo fa Joseph Schumpeter definiva l’innovazione un processo ad esito incerto in quanto i ritorni economici sugli investimenti in Ricerca & Sviluppo (R&S) non potevano essere garantiti a priori. Il contesto economico attuale rende questa caratterizzazione ancora più vera: fare innovazione è diventato un’attività difficile e ad alto rischio. Complessità e velocità del cambiamento fanno sì che sempre meno progetti di R&S raggiungano i risultati ipotizzati.
A decretare il successo di un investimento tecnologico o più in generale di innovazione giocano essenzialmente due fattori: i tempi e i costi di realizzazione. Il time-to-market dei nuovi prodotti si è accorciato ed è insidiato dal sempre più breve ciclo di vita delle tecnologie. I costi della ricerca sono incredibilmente aumentati (e tra questi bisogna inevitabilmente tenere conto degli inevitabili fallimenti nei progetti avviati). Per l’impresa diventa quindi fondamentale introdurre l’innovazione nel prodotto o processo in tempi rapidi, praticamente non appena se ne è avuta l’intuizione, appropriandosi così dei vantaggi del first mover.
Ridurre il tempo di sviluppo di un nuovo prodotto o processo aziendale è oggi, più di ieri, il fattore critico di successo imprenditoriale.
Per “arrivare in tempo” l’impresa non sempre è in grado di acquisire nuove soluzioni e nuove tecnologie basandosi solo su idee e competenze interne. Gli investimenti sono rilevanti e soprattutto non sempre è possibile distogliere attenzioni e professionalità dal core business dell’impresa. Incontra difficoltà la grande azienda con divisioni di ricerca ampiamente strutturata (e già questo rappresenta un vincolo) e tanto meno lo può fare la piccola o media impresa.
Una domanda sorge allora spontanea: per una Pmi come è possibile accelerare il proprio processo innovativo?
Una possibilità è quella di ricercare all’esterno dell’impresa soluzioni tecnologiche già esistenti e adattarle al proprio caso. Si stima infatti che il 98% delle innovazioni si basi su principi inventivi già noti e spesso già applicati in altri settori industriali. E’ pertanto logico, prima di avviare un programma di ricerca, verificare se la stessa tecnologia sia già stata studiata e applicata con successo altrove e quindi procedere per implementarla. Invece che “inventare di nuovo”, si tratterà di adattarla alla propria azienda riducendo così costi e tempi di ricerca e adozione di nuove soluzioni tecnologiche.
In questo campo i nostri imprenditori sono dei veri maestri: ne è un esempio Moretti Polegato che ha saputo individuare nel tessuto utilizzato dalla Nasa per le tute spaziali l’esatta soluzione al suo problema di impermeabilizzazione e ventilazione delle suole della futura Geox. E Polegato è solo un esponente di un’ampia e gloriosa categoria.
Da notare che una simile strategia di utilizzo di know-how esterno all’impresa, rientra nel più generale paradigma della Open Innovation.

2. L’Open Innovation

Il paradigma della Open Innovation, introdotto nel 2003 da Henry Chesbrough, si basa sull’affermazione che gli input del processo innovativo, quali idee, conoscenze e tecnologie, possono provenire sia dall’interno dell’impresa che dall’esterno così come tutto ciò che viene sviluppato dall’azienda può essere sfruttato internamente o offerto sul mercato (Chesbrough, 2003).
Questo approccio si contrappone al tradizionale processo innovativo in cui le aziende autonomamente e indipendentemente generano, sviluppano, producono e commercializzano le proprie idee. In questo caso il focus è sulla R&S interna di tecnologie, nonché sul marketing e commercializzazione dei prodotti finiti, il tutto svolto dentro i propri confini organizzativi. Un tale approccio chiuso implica che i rischi associati ai lunghi e costosi processi innovativi siano sopportati esclusivamente da una sola azienda.
La figura 1.1 mostra le differenze sostanziali tra i due approcci. Nella parte sinistra, quella chiusa, le idee innovative fluiscono intra muros da destra verso sinistra: alcune non superano la fase della ricerca, le altre vengono portate sul mercato, dopo essere state sviluppate. Nella parte destra, quella aperta, esistono conoscenze che attraversano i confini organizzativi; le linee che vanno verso l’esterno raffigurano tecnologie licenziate o vendute ad altre società, mentre quelle che entrano nell’impresa rappresentano le tecnologie assorbite dall’ambiente esterno.

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Fig. 1.1 - I differenti approcci all’innovazione (adattata da Chesbrough, 2003)

Alla base della crescente diffusione della Open Innovation vi è la  comune consapevolezza che le competenze tecnologiche non risiedono esclusivamente nelle quatto mura aziendali: “not all the smart people work for you”(Chesbrough, 2003), ma sono disseminate nel network dei propri partner strategici. Esse possono essere sviluppate in collaborazione con clienti e/o fornitori dotati di particolari capacità di innovazione oppure con università, laboratori e centri di ricerca. Con una conoscenza diffusa le imprese possono scegliere da un ‘menu’ di innovazioni e idee disponibili sul mercato delle tecnologie.
In generale, un approccio aperto all’innovazione permette all’impresa una pluralità di vantaggi evidenziati nella figura 1.2. In questo modo l’azienda aumenta la propria velocità di innovazione e insieme riduce i costi della ricerca e sviluppo.

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Fig. 1.2 – I vantaggi dell’Open Innovation

2.1.  Le strategie di Open Innovation

Abbracciare l’approccio aperto all’innovazione significa sostanzialmente svolgere due attività principali: l’esplorazione e la valorizzazione dell’innovazione entrambe ampiamente descritte nella letteratura.
La prima prevede che il management di un’impresa, di fronte alla necessità di innovare, ricerchi e valuti la conoscenza distribuita presso partner, clienti, fornitori e altre istituzioni. In questo modo, è possibile individuare tecnologie che, una volta integrate e combinate con le competenze interne, possono dar vita a soluzioni assai redditizie.
L’obiettivo della fase di valorizzazione è invece la ricerca delle migliori combinazioni di sfruttamento economico delle innovazioni di un’azienda. Le tecnologie possono raggiungere il mercato e generare ricavi seguendo percorsi interni o esterni. Il percorso interno prevede l’utilizzo delle tecnologie sviluppate per la realizzazione di prodotti finali da vendere ai propri clienti. Le soluzioni che vengono trattenute all’interno dell’impresa sono quelle ad alta rilevanza strategica, fonti di differenziali competitivi. Il percorso esterno implica il trasferimento di tecnologie, solitamente non appartenenti al core business, ad altri attori che ne ottimizzino lo sfruttamento economico.
La figura 1.3 riporta le principali strategie di Open Innovation che caratterizzano le fasi di esplorazione e di valorizzazione. E’ attraverso la gestione efficace dei flussi in entrata e uscita dai confini organizzativi che si massimizza il valore creato da tutto il processo innovativo. In figura è descritta anche una terza attività, quella di intermediazione, certamente la più recente e che ben si adatta alla situazione italiana.

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Fig. 1.3: Le principali strategie di Open Innovation

 

Infatti, la tipologia fortemente frazionata del sistema industriale italiano non consente alla gran parte delle imprese di attivare in proprio iniziative di Open Innovation e quindi viene giustificata la presenza di soggetti intermediari, o bridging institutions, che facilitino l’incontro tra domanda e offerta di tecnologie, che riducano i costi di ricerca delle informazioni e che infine agiscano da ponte di collegamento tra diversi cluster di competenze.
I servizi offerti dagli intermediari tecnologici in riferimento alla Open Innovation sono principalmente i “marketplace” elettronici e il “brokeraggio di tecnologie”. Riguardo ai marketplace, in seguito allo sviluppo dell’ICT ed alla diffusione di Internet, sono nati una serie di mercati virtuali on line per lo scambio di tecnologie. Qui le imprese possono mettere in vendita tecnologie ritenute commercializzabili, così come possono reperire in rete innovazioni utili, evitando casi di duplicazione dell’attività di ricerca. Questi mercati on line permettono ai potenziali acquirenti e venditori di entrare in contatto in modo semplice e veloce.
A differenza dei marketplace, i quali semplicemente facilitano l’incontro tra domanda e offerta, esistono dei broker che supportano le aziende in tutto il processo di Open Innovation: nelle fasi di individuazione del bisogno tecnologico o di ricerca di nuove applicazioni; nel processo di selezione dei possibili venditori o acquirenti; nella negoziazione commerciale e nel processo di trasferimento. Gli intermediari si differenziano per competenze possedute, tecnologiche e/o legali; per natura pubblica, come i consorzi universitari, o privata, come le società di consulenza in materia di proprietà intellettuale. Inoltre questi soggetti possono rivolgersi prevalentemente a grandi imprese oppure a Pmi. Questo è il caso dell’Enterprise Europe Network, la rete di 240 partners creata dall’Unione europea per attivare un mercato di tecnologie e favorire lo scambio di conoscenze tra le piccole e medie imprese europee. Membro attivo dell’EEN Lombardia è Alintec (nuova denominazione di Politecnico Innovazione), che nel 2005 ha ricevuto il premio per il miglior caso di trasferimento tecnologico ricerca – industria.
Nell’ambito della Open Innovation, il consorzio Alintec – partecipato da Assolombarda, Camera di Commercio di Milano e dalla Fondazione Politecnico di Milano - dal 2000 sostiene le Pmi nei progetti di ricerca tecnologica e innovazione ed ha elaborato due servizi: uno per la fase di esplorazione e uno per quella di valorizzazione. Il primo, Innovazione sistematica, utilizza la metodologia Triz per ricercare e analizzare potenziali soluzioni di uno specifico problema all’interno di banche dati brevettuali per poi applicare le soluzioni trovate al proprio caso. Con il secondo, Marketing delle Tecnologie, Alintec assiste le imprese nell’individuare nuovi utilizzi di tecnologie, nella ricerca di possibili acquirenti e nella negoziazione

3. L’Innovazione sistematica, strumento per l’Open Innovation

Ma se conviene acquisire know-how dall’esterno, come fare ad individuare la conoscenza che fa al proprio caso e che aggiunge valore al processo d’innovazione da avviare?
La risposta è che si può fare tramite il ricorso a metodologie di Innovazione sistematica che permettono di innovare con metodo e continuità. La preliminare individuazione di competenze tecnologiche esterne, infatti, non può essere lasciata al caso e all’intuizione. L’innovazione va affrontata in modo sistematico e continuo, utilizzando strumenti e metodi di ricerca e progettazione industriale già ampiamente usati all’estero.
Una di queste metodologie a supporto del progettista e dell’inventore è la teoria Triz (acronimo russo traducibile con: “Teoria per la Soluzione Inventiva dei Problemi”) che si focalizza sulla ricerca e l’analisi di potenziali soluzioni di uno specifico problema all’interno dell’immenso patrimonio inventivo rappresentato dai brevetti per poi applicare le soluzioni trovate al proprio caso. E’ una vera e propria teoria dell’invenzione, un modo di pensare, un insieme di metodi e strumenti che consentano a chi ne assimila i fondamenti di sviluppare nuove ed efficaci soluzioni.
Triz è di fatto un insieme di strumenti che mirano a catturare il processo creativo nel contesto dell’innovazione tecnologica, a codificarlo e a renderlo ripetibile ed applicabile in maniera sistematica. All’interno del processo innovativo, Triz interviene a supporto della fase di identificazione delle necessità di innovazione e della generazione di idee. Esso si focalizza sull’individuazione ed analisi di potenziali soluzioni di uno specifico problema tecnologico.
Esistono alcuni postulati Triz che rendono questa metodologia di sicuro interesse nell’implementazione di strategie di Open Innovation. Ciò deriva dall’approccio alla soluzione proprio della teoria Triz, il quale ricerca connessioni tra oggetti e fenomeni diversi, in apparenza privi di alcuna relazione e pertanto sfrutta l’interdisciplinarietà delle soluzioni.
L’applicazione di Triz può quindi suggerire ad un’azienda che ha un problema tecnico, innovazioni e soluzioni disponibili in altri settori e campi scientifici. Secondo Triz, soluzioni concettualmente identiche possono essere applicate a problemi tecnici apparentemente diversi. Nella maggior parte dei casi, qualcuno, da qualche altra parte del mondo, ha già risolto un problema analogo a quello che ci si trova ad affrontare.
Pertanto, poiché la maggior parte delle soluzioni già esiste ma è in contesti che hanno poco a che vedere con il problema specifico, allora è logico, prima di avviare un progetto di R&S, verificare se la stessa tecnologia sia già stata studiata e applicata con successo e quindi acquisirla eliminando i relativi costi di sviluppo e consentendo un notevole risparmio di tempo.
Questo è proprio il concetto di fondo di un approccio aperto all’innovazione.
Utilizzata insieme ad altri strumenti e tecniche eventualmente già sviluppati in azienda, come ad esempio l’analisi brevettale o lo stato dell’arte tecnologico, la teoria Triz contribuisce a stimolare la nascita di nuova cultura dove l’innovazione sia intesa come un processo aperto e collettivo, strutturato e sistematico. Questo a tutto beneficio delle Pmi con evidenti vantaggi in termini di maggiore velocità ed efficienza nei processi d’innovazione.
Ma dove è possibile trovare know-how tecnico avanzato e competenze di frontiera nell’ambito dell’Innovazione sistematica e di Triz?
Naturalmente nei dipartimenti delle università e dei centri di ricerca. Gli atenei, soprattutto quelli tecnologici, hanno maturato notevole esperienza e profonde competenze sulle metodologie di Innovazione sistematica e possono metterle a disposizione delle Pmi collaborando con loro nell’affinare e rendere più efficienti i processi innovativi. Le conoscenze vengono trasmesse all’impresa attraverso servizi di consulenza, in cui i ricercatori universitari agiscono da advisor tecnici e problem solver, mettendo a disposizione le proprie competenze per risolvere i quesiti tecnici delle imprese.
Le università, in quanto produttori di conoscenza, hanno abbracciato in maniera crescente una missione imprenditoriale, in aggiunta ai propri tradizionali compiti di insegnamento e ricerca. Secondo una visione imprenditoriale della ricerca scientifica, la scienza e la conoscenza universitaria sono strumenti per generare ricchezza e valore economico.
Nell’attuale passaggio ad un’economia della conoscenza, in cui il differenziale competitivo si basa su conoscenza, tecnologie e creatività, proprietà intellettuale, è naturale che le università diventino cruciali per la crescita economica. Le università sono pertanto impegnate con sempre maggiore enfasi a creare, capitalizzare, disseminare e condividere conoscenza e a giocare un ruolo chiave di agente attivo nella promozione dell’innovazione industriale e più in generale nello sviluppo economico locale e globale.
Il sistema industriale, d’altra parte, ha accentuato nel corso degli anni 90 la tendenza ad attingere alla ricerca universitaria per percorrere strategie di cambiamento tecnologico. E’ nota però la difficoltà di dialogo tra imprese e università: per favorire il trasferimento di conoscenza generata all’interno del sistema accademico, sono stati sviluppati vari meccanismi come incubatori, parchi scientifici, vendita e licenza di proprietà intellettuale, collaborazioni e progetti di ricerca condivisi, assistenza e consulenza tecnica e così via. 
Una modalità di trasferimento vincente è quella dei Centri di competenze, soggetti di matrice universitaria che fanno da raccordo tra aziende e atenei (ma anche tra aziende e fonti di conoscenza extra universitarie) ai quali l’impresa può rivolgersi come unica interfaccia per accedere alle molteplici competenze necessarie a un progetto di ricerca industriale. Il Centro di competenze, oltre che essere un luogo di studio e sviluppo di competenze, rappresenta un acceleratore di un processo che nel tempo dovrebbe diventare comune in gran parte del sistema economico/produttivo.

 

 

 

 

A cura della redazione della Rivista "Qualità" di AICQ
Direttore Responsabile:Giovanni Mattana
Redazione: Annalisa Rossi
Realizzazione tecnica a cura di Eli-net S.r.l. società di ELITEC GROUP
Redazione tecnica:Alberto Bobbo, Enrico Ladogana, Claudia Bordin